
untitled, 2004 - john koehler
… alberi …
?
dove finiscono i pensieri dove
in questa notte così serena e speciale
si intrecciano
forse
tra i rami caldi del grande albero
sulla sommità della collina
dove
dove corrono a piccoli passi nel buio dove
se non nel destino delle fronde
a danzare di vento e di sospiri
nei cuori di queste anime antiche
dove finiscono le speranze dove
in quale segno di memoria si frantumano
rivelandosi alle gioie ai dolori
di tutti noi
in fila per l’eternità
eppure
sono rami di futuro
e
si spezzano nel sogno di un avvenire
strana storia di ogni giorno
a consumare palpiti e perdoni
negli attacchi sconclusionati dell’egoismo
mentre coinvolgono alla battaglia ogni idea
e
nascono dal fato
i mille strali di questo arcobaleno
il quale
vestendo i colori delle nefandezze
decide di mimetizzarsi
con la notte e il sogno del domani
e
dove i sogni dove
iniziano
dove i sogni dove
finiscono
e
percorrono strade infinite
su questi viali interminabili
nei giorni pieni di affanni
svolgendo i confini del mondo e del tempo
tirando a costruire palafitte e soluzioni
nel grande specchio delle aspirazioni
lungo il greto del fiume
dove rinascono e scompaiono le idee del domani dove
e
gli alberi
essi
costruiscono storie infinite
alzandosi feroci dalle fosse del divenire
varcano le porte del dolore
salvano dai pericoli
guariscono dalle malattie
contano le albe i tramonti
cantano i miracoli
contenti delle carezze della nebbia
e
crescono
crescono d’una crescita nuova e antica
nella ricchezza di rami
e
foglie
e
memorie
e
esultano nelle notti delle follie le nenie del paradiso
forse di questo incedere infernale
nella scansione di queste ore facili a morire
gli alberi
soffrono
gli alberi
sopportano
e
invocano
alberi
e
come se il vento fosse vero vento
a nobilitarsi di nuove parole e fronde
nel sussurro fragile e vetroso del gioco del movimento
e
lì
lungo i viali forsennati della luce e delle ombre
e
dei colori del sole e della luna
mentre le stelle aguzzano il loro esserci infinito
moribonde ormai da secoli e secoli e secoli ancora
nella durezza sconvolgente delle nostre morbide palpitazioni
così
gli alberi
corrono lungo le strade del nostro cammino
in direzione del sogno del dopo
mentre
esultano al cielo
bucando nuvole e stagioni
regolando i sistemi del vento
inebriandosi
di altri sogni
di altre meraviglie
sconfinano
nelle chiome degli alberi
alberi
infiniti
alberi
che
superano il sole
indomiti
cavalieri senza macchia e terrore
alberi
furenti
assennati
alberi
della notte
del giorno
di ore facili da dimenticare
difficili per la memoria
alberi
contati
colpiti
feriti
segnati
alberi senza sorriso
addolorati
traditi
bruciati
e
vendono
nel cuore di questa ombra di tempo
il vento che li spezza
giocando di culla e di bara
negli istanti infiniti del fuoco
che
tutto regola
restituendo al mondo della cenere
la verità della vita immeritata
che
niente siamo mai stati
se non il fastidioso ronzio d’esistere
mosse di rami e di foglie
nel conto completo dell’assalto
di un sogno ormai senza ragione
prigioniero fastidioso dell’ultimo inutile
inverno
viali di cartapesta
polvere che vola e diventa furia
vestito delle macerie
lenzuola del dolore più forte
nell’immobile presenza della fine
di questa fine urlata nel rombo del tuono
di secondi interminabili
spazio incalcolabile di strazio
volando nel buio del solo terrore
di queste lacrime che ricacciamo in gola
per soffrire senza spettacolo
viali di sregolatezza
nelle mosse a vile prospettiva
di gocce di fuoco a ricordarci l’inferno
nella scomparsa collettiva di angeli e dei
al riparo sconnesso di un unico tronco
dove abitano i bruchi urticanti
che
consegnano al giorno la disperazione
l’unica che conosciamo oggi
di questo sapore di sangue rappreso
mischiato alle schegge assassine
nel canto inumano della nostra umana follia
qui
arrancando
nei viali che non riconosciamo
e
alberi
muoiono nel sole
e
alberi
muoiono nell’abbaglio della polvere
nel grido dei già morti
nell’apocalisse di destino
consapevoli di un segnale di resa
dove contiamo solo presunzioni dove
l’arroganza siede al trono
e
tutto diventa prigione
tutto si fonde con la prigionia
in un groviglio di cielo e terra e ferro
nell’urlo finale della sconfitta
che
trova riparo a corvi e gufi
nei mantelli scuri delle notti
con le stelle a rincorrersi nei ruscelli
dei raggi di una luna in frantumi
che
precipita
nei gorghi e tra le pietre rotonde
sono io adesso
siamo noi adesso
concentrati nel cappio dell’impiccato
soltanto più morti di sempre
di fumo e foglie abbracciati
a restituire tutto il maltolto
in questa macchia di foresta
dove il fuoco riprende aria e vigore
incenerendo ormai con ogni nostro pensiero
la magnificenza dei rami
e
la sacralità dell’abisso di un cuore
il mio
inchiodato all’asse del tempo
smarrito e scaduto
nella raffinatezza del pugnale
nell’eterno mistero dell’unica mortale ferita








