venerdì, 15 maggio 2009

John Koehler, Untitled, 2004

untitled, 2004 - john koehler

… alberi …

?

 

 

dove finiscono i pensieri dove

in questa notte così serena e speciale

si intrecciano

forse

tra i rami caldi del grande albero

sulla sommità della collina

dove

dove corrono a piccoli passi nel buio dove

se non nel destino delle fronde

a danzare di vento e di sospiri

nei cuori di queste anime antiche

 dove finiscono le speranze dove

in quale segno di memoria si frantumano

rivelandosi alle gioie ai dolori

di tutti noi

in fila per l’eternità

eppure

sono rami di futuro

 

e

si spezzano nel sogno di un avvenire

strana storia di ogni giorno

a consumare palpiti e perdoni

negli attacchi sconclusionati dell’egoismo

mentre coinvolgono alla battaglia ogni idea

 

e

nascono dal fato

i mille strali di questo arcobaleno

il quale

vestendo i colori delle nefandezze

decide di mimetizzarsi

con la notte e il sogno del domani

 

e

dove i sogni dove

iniziano

dove i sogni dove

finiscono

 

e

percorrono strade infinite

su questi viali interminabili

nei giorni pieni di affanni

 svolgendo i confini del mondo e del tempo

tirando a costruire palafitte e soluzioni

nel grande specchio delle aspirazioni

lungo il greto del fiume

dove rinascono e scompaiono le idee del domani dove

 

e

gli alberi

essi

costruiscono storie infinite

alzandosi feroci dalle fosse del divenire

varcano le porte del dolore

salvano dai pericoli

guariscono dalle malattie

contano le albe i tramonti

cantano i miracoli

contenti delle carezze della nebbia

 

e

crescono

crescono d’una crescita nuova e antica

nella ricchezza di rami

e

foglie

e

memorie

 

e

esultano nelle notti delle follie le nenie del paradiso

forse di questo incedere infernale

nella scansione di queste ore facili a morire

gli alberi

soffrono

gli alberi

sopportano

e

invocano

alberi

 

e

come se il vento fosse vero vento

a nobilitarsi di nuove parole e fronde

nel sussurro fragile e vetroso del gioco del movimento

 

e

lungo i viali forsennati della luce e delle ombre

 

e

dei colori del sole e della luna

mentre le stelle aguzzano il loro esserci infinito

moribonde ormai da secoli e secoli e secoli ancora

nella durezza sconvolgente delle nostre morbide palpitazioni

 

così

gli alberi

corrono lungo le strade del nostro cammino

in direzione del sogno del dopo

mentre

esultano al cielo

bucando nuvole e stagioni

regolando i sistemi del vento

inebriandosi

di altri sogni

di altre meraviglie

sconfinano

nelle chiome degli alberi

 

alberi

infiniti

alberi

che

superano il sole

indomiti

cavalieri senza macchia e terrore

alberi

furenti

assennati

alberi

della notte

del giorno

di ore facili da dimenticare

difficili per la memoria

alberi

contati

colpiti

feriti

segnati

alberi senza sorriso

addolorati

traditi

bruciati

 

e

vendono

nel cuore di questa ombra di tempo

il vento che li spezza

giocando di culla e di bara

negli istanti infiniti del fuoco

che

tutto regola

restituendo al mondo della cenere

la verità della vita immeritata

che

niente siamo mai stati

se non il fastidioso ronzio d’esistere

mosse di rami e di foglie

nel conto completo dell’assalto

di un sogno ormai senza ragione

prigioniero fastidioso dell’ultimo inutile

inverno

 

viali di cartapesta

polvere che vola e diventa furia

vestito delle macerie

lenzuola del dolore più forte

nell’immobile presenza della fine

di questa fine urlata nel rombo del tuono

di secondi interminabili

spazio incalcolabile di strazio

volando nel buio del solo terrore

di queste lacrime che ricacciamo in gola

per soffrire senza spettacolo

viali di sregolatezza

nelle mosse a vile prospettiva

di gocce di fuoco a ricordarci l’inferno

nella scomparsa collettiva di angeli e dei

al riparo sconnesso di un unico tronco

dove abitano i bruchi urticanti

che

consegnano al giorno la disperazione

l’unica che conosciamo oggi

di questo sapore di sangue rappreso

mischiato alle schegge assassine

nel canto inumano della nostra umana follia

qui

arrancando

nei viali che non riconosciamo

 

e

alberi

muoiono nel sole

e

alberi

muoiono nell’abbaglio della polvere

nel grido dei già morti

nell’apocalisse di destino

consapevoli di un segnale di resa

dove contiamo solo presunzioni dove

l’arroganza siede al trono

e

tutto diventa prigione

tutto si fonde con la prigionia

in un groviglio di cielo e terra e ferro

nell’urlo finale della sconfitta

che

trova riparo a corvi e gufi

nei mantelli scuri delle notti

con le stelle a rincorrersi nei ruscelli

dei raggi di una luna in frantumi

che

precipita

nei gorghi e tra le pietre rotonde

sono io adesso

siamo noi adesso

concentrati nel cappio dell’impiccato

soltanto più morti di sempre

di fumo e foglie abbracciati

a restituire tutto il maltolto

in questa macchia di foresta

dove il fuoco riprende aria e vigore

incenerendo ormai con ogni nostro pensiero

la magnificenza dei rami

e

la sacralità dell’abisso di un cuore

il mio

inchiodato all’asse del tempo

smarrito e scaduto

nella raffinatezza del pugnale

nell’eterno mistero dell’unica mortale ferita

 

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lunedì, 11 maggio 2009

Lenore Jaffe

goddess - lenore jaffee

ritrovando

la vicinanza del

tuo luogo più lontano

corro nella riscoperta delle

ingenue palpitazioni

tra i giochi a unire di

sguardi umidi tutte le

solide pieghe

trasmettendo quelle

carezze necessarie a

considerare le impure costruzioni

con i nei a trasmettere i

limiti imposti di

un territorio davvero aspro e

difficile da superare

confini dell’indecenza del

pensiero e della geometrica

presenza del sogno

fisica della fantasia

trasportati su creste di

vere montagne di ghiaccio

pascoli moribondi dell’irrealtà del

nostro unico reale sentire

sulle schiene di nuvole che

coprono la magia del cielo

interamente proiettati verso un

ultimo orgasmo

gridando di timore alla

nostra solitudine

accompagnati dalle voci verbali di

un aspirare al titolo di

miglior amore

ineguagliabile inguaribile

nell’estate ormai di

tanti strani anni dove concreti

avvolgemmo le nostre idee di noi

senza mai sfiorarci di sguardi

mai veramente vivi

su queste nostre conclusioni a

racconto di vita confusa

ma ottimamente organizzata

posizionata sulle vallate di

un tempo mai veramente ritrovato

le tue dita le mie

le tue labbra le mie

la tua pelle la mia

ora sacrifici di roghi e

piazze distrutte dalla furia di

un dio senza più ragionevolezza

condottiero di fuochi e polvere

su questo nostro tempo che

non conosce pentimento e

confessione

di questo urlo del diluvio nelle

giornate della consuetudine tra

spari quotidiani e spasmi della coscienza

qui nelle escrescenze della natura

finalmente liberi di questo imprigionarci

legati come farfalle immature

all’albero ultimo della sinfonia degli

alberi confusi del futuro

noi che non abbiamo gustato il

nostro bacio

che mai abbiamo combattuto tra le

carezze e le piccole pazzie

che rinunciamo adesso al vero ballo

spenti tra le luci abbaglianti di

domani

quando saremo solo traccia di

un lampo senza tuono sul

cielo amaro della

nostra infallibile stanchezza

 

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martedì, 17 marzo 2009

L'Amour, 1998

l'amour, 1998 - c.o.paeffgen

 storie di fuoco 1

 

c’è il gioco della strega

in questo angolo apparecchiato della tavola

oggi ci stanno evviva evviva i “fischiune surchia surchia”

e la tintiglia nera come l’inchiostro

e niente ci può allontanare dalla buona concentrazione

 

dunque siamo al solito

ci vuole un ottimo brodo di “allullera”

e naturalmente “fischiune” a volontà

e il sale che è nato per insaporire tutti i pensieri

e un buon grattagratta di pecorino

per ultimo ma in buona posizione il più forte “diavolillo”

 

è facile

la pozione si prepara facile

la strega fa bollire il brodo e ci lessa i tubetti musicali

essi si mettono in una ampia insalatiera

bada bene lessati al dente

si spolvera abbondantemente il pizzicore della pecora

senza scordare una buona porzione di “diavolillo” tritato

qualcuno ci mette pure un pizzico di pepe quello neronero

si mangiano bollenti a tutto fuoco

surchiando a sinfonia

fino a osare il bis

che è cosa più che malsana per qualcuno

ma divina per i più

 

 

 

Note per i non molisani:

 

La “tintiglia”(tintilia)  è un vino autoctono antico e corposo, di quelli che si tagliano con il coltello, ottmo per dimenticare, vedendo triplicati i propri problemi.i

L’allullera è la trippetta di agnello, farcita degli odori e dei ritagli della stessa trippa, cucinata in brodo.

I fischiune sono i tubetti di pasta, né grandi, né piccoli, diciamo di taglia uguale  a poco meno di un centimetro

Il diavolillo è il peperoncino più forte

Il surchia surchia è il gesto di succhiare.

La pozione, è importante dire, deve essere assunta ben calda e senza attendere oltre. Da qui il nome onomatopeico di surchia, dove vige appunto  la necessità di far presto, senza perdersi in chiacchiere da tavola inutili e deleterie e senza curarsi dei rumori che il gesto comporta. Ingerire al caldissimo significa voler e dover evitare fortemente il raffreddamento del brodo con relativo rilascio del “sivo” (grasso), che renderebbe il tutto simildisgustoso. Eh si.

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lunedì, 16 marzo 2009

Camouflage, 1987 (Tecnica di stampa con seta)

camouflage, 1987 - andy warhol

le mie poesie sono a volte leggere e s’involano

come spuma di champagne solcano il vero cielo

toccano le cime di montagne aguzze e pericolose

portando via quel che c’è di polvere e di ghiaccio

le mie poesie raccontano sempre più spesso di te

di una coltre di meraviglia di ogni volta ti prendo

per questo tuo darti completamente e senza senno

nel vortice nella semplicità dei desideri dei sogni

le mie poesie si vestono di un sole più notturno

accompagnandosi agli amori dei gufi delle civette

perché sono poesie senza alcun pudore del giorno

infatti volano senza piume nude fino alla meta

per cogliere l’infinito procedimento delle acque

sconfiggendo gli ostacoli nevrastenici dei fiumi

nel gioco estremo di esserci nonostante i venti

sotto questo cielo di ancora inverno al trionfo

dentro ci sei tu con il sorriso del giorni migliori

ma anche nelle pieghe dei giorni vili e peggiori

ti cerco perché la tua pelle è medicina alle follie

i tuoi capezzoli sono i proiettili che più lacerano

la tua morte che mi fa soffrire soltanto di piacere

le poesie si colorano spesso del più sacro sangue

nei giorni duri delle nostalgie del tempo del fuoco

di quando odoravi di buona selvaggina allo spiedo

di un fumo che urlava la più splendida delle vittorie

nel tuo centro più centrale dove abitano le gocce

e il liquore che stilla dalle carezze la sola serenità

le tue gambe che si riaprono ai liberi occhi adirati

di una rabbia che si mischia al sapore del desiderio

dove le poesie spariscono in un istante di nebbia

sciogliendo tutti i versi come i fiocchi della neve

ho sete di te e tanta fame da addolorarmi i muscoli

che muoio in questo istante di dubbio e di sbadiglio

fragile come uomo di montagna tra le montagne

ad accogliere nel buio delle vecchie luride stanze

sulle mani della pura vittima e del bieco assassino

tutta la polvere del nostro antico spettrale futuro

dove per ardere bruciavamo le mie inutili poesie

 

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sabato, 14 marzo 2009

a volte gioco, altre no

Nude On Stripes

nude on stripes - stefan szczesny

storie d’amore

4

 

viviamo

di discreta webcam

il nostro amor selvaggio

e m’inebrio e t’inebri

ed urlo ed urli

ma appena che il gioco si fa duro

ecco la connessione salta

stronza d’alice

che all’apice d’un gran successo

ci spara l’infelice blocco

e

ci rimanda solitari al cesso

 

storie d’amore

5

 

riccioli d’oro aveva un gatto

bianco rosso verde chiatto

miagolava notte e giorno

prospettando il suo ritorno

che la bionda sempre è in campana

in tenuta da puttana

mentre gira affranto il poveratto

rosicchiando cinta e ciabatto

niente altro in casa c’è

trippa pé gatto? macché

 

storie d’amore

6

 

cerchiamo

di google il meglio del più meglio

guizzo di novità per il nostro letto

il segno del divino a rifornir lo scopatore

ohi ohi spesso l’aspettativa s’infrange sugli scogli

come onda sospetta e prosperosa

che ti spruzza giù dal video l’errore di ricerca

così che v’arrivano invece di culi e tette

l’estratto conto in rosso

e l’ansia maledetta che v’ammoscia

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venerdì, 13 marzo 2009

a volte gioco, altre no

Angel Hair

angel hair - francois quilici

storie d’amore

3

 

amo

di te la luce

che la tua pelle irradia

ma odio

di te il tuono

che puntuale alle tre mi sveglia

dei sogni resettando

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venerdì, 13 marzo 2009

a volte gioco, altre no

Alone

alone - francois quilici

storie d’amore

2

 

amo

di te il vino

che mi bagna il petto

ma odio

di te l’odore

che ventoso mi confonde il naso

svenendomi nel fosso

postato da: ohrasputin alle ore 17:29 | Permalink | commenti
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venerdì, 13 marzo 2009

a volte gioco, altre no

The Offering

the offering - francois quilici

storie d’amore

1

 

amo

di te il sole

che m’illumina dal ventre

ma odio

di te la voce

che stridula m’uccide i sensi

eunuco facendomi

 

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domenica, 08 marzo 2009

Arise from the Dark I

arise from the dark I - camille nicoscia

dell’incostanza strategica della luna o di come si possa catturare un cervello e gustarlo poi fritto in ottimo olio di semi di arachidi ogni anno l’otto di marzo all’alba

 

… volo lontano al di là delle intenzioni correndo sulle strade ferrate anche oggi che è soltanto l’otto marzo e c’è in giro ancora l’odore di un fumo acre fumo di chimica e legno che arde e metallo scintillante che t’aspetti diventi come il fiume di fuoco liquido che piange l’etna e che soffia forte verso le prime case a valle ed i terrori della gente che urla di notte e piange di giorno ed io volo lontano sempre più lontano perché non riconosco più le gioie della modernità e mi incolonno dietro tecniche spinte di movimento di un movimento che trasporta le più splendide sciocchezze del futuro e intanto ricordiamo in coro i tempi in cui non eravamo obesi e le nostre serate erano in  circolo sul selciato tra luci d’acetilene a denudare i granoni ed era tutto così magnifico giocare coi baffi del granturco e sbirciare tra le gambe delle nostre zie ora sono qui nell’ora di un destino che fa la fila dal fioraio a distruggere con gli altri la bellezza degli alberi dalle palle gialle color di quasi primavera nei cuori impavidi di un altro giorno di guerra e di resistenza e già rileggiamo gli stessi giornali da giorni con le ebbrezze in prima pagina di questi maschi potenti che non sanno più gustare la tenerezza della carne se non è condita di una forza che pretende e prende ed è perciò che volo lontano al di là delle regole di civiltà che mi parlano dell’uguaglianza degli uomini e delle bestie che sono altra cosa così che scelgo ancora il dialogo con i miei gatti e lo scambio epistolare con il mondo delle anguille ma è tutto un gioco di specchi così applico il tempo alle considerazioni e ritrovo con l’avidità del cieco le sculture dei miei furori e cammino nei vicoli di napoli nelle caverne di berlino tra i profumi di dublino accarezzando la stanchezza del vivere di esseri che abitano nel sangue e dal sangue nascono perché è nel sangue che si partorisce così oggi le mie speranze sono affidate alla tortura di un giorno sempre uguale dove molly che sussurra ed urla frasi senza senso scopre tutta la struttura fenomenale dei suoi ragionamenti e ci regala gli spasmi fecondi del suo dialogare d’umori e fica attraversando di meraviglia in meraviglia il fiume domestico di tutte le ore dipinte d’ansia e rovina ma non c’è cielo che tenga oggi il mio dio mi ha abbandonato e deriso consegnandomi ad un carico extra di torte similgialle con panna e crema chantilly e decorazioni in rami veri della nazionalmimoseria che è tutto un circondar di stranezze e mezze verità dove tutti s’inchinano alla profondità del giorno del riscatto che invece nel mio folle amplesso è perfino fuori quadro da millenni ed oggi ancora di più perché liberi si è quando si sa assaporare il liquido giusto e non quando sostituiamo l’arroganza con altra arroganza ed i moti della sconfitta con una falsa vittoria così essendo oggi soltanto un giorno come un altro ho approfittato del sole per far sciogliere le ultime piccole nuvole di neve sul terrazzo e per respirare nella salvezza delle ombre dei fantasmi i miti infranti di tutte le altre mie cinque vite …

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domenica, 08 marzo 2009

Solamente

solamente - antonio dojer

 canto di donna la rabbia le offese e il deserto

(rielaborazione famelica de l’“Amour” –

5 Stücke für Klarinette di Karlheinz Stockhausen)

 

molly scrive sui muri intonacati del centro della città

scrive la pazzia nascosta del nostro tempo senza tempo

le pagine assurde delle sue tempeste tutte scontente

spinte fino al rumoroso tritarifiuti delle idee natemorte

molly conclude in bellezza tutti i suoi sporchi romanzi

di uno sporco che è colore lucido del sangue del gioco

che sviluppa tra folti complici cespugli della provinciale

dove i legni bruciano per riscaldare le cosce della bontà

rischiarando le foglie aguzze di un albero in sofferenza

dove molly è fatta di pelle e sangue e carne delittuosa

sogno di tante malattie di strisciarla d’unghie d’acciaio

mangiandola di denti taglienti ben affilati a desiderio

come nel film dove si uccide la vita costruendo la morte

ci si specchiano in tanti nelle ore del nostro ritorno serale

quando il cielo si oscura ed oscura la parte inguardabile

lì andiamo feroci dove abitano molly e le sue speranze

lei accetta gli sguardi muovendo il culo a tempo di rock

perché adora il rock e tutte le strade della perdizione

che noi siamo in tutto un gioco d’oppressi ed oppressori

nel salto di una vita che gioca sul filo degli equilibri

di qui vivi di là muori senza vicinanza di altro futuro

così si aggira lei nel metro quadrato del suo mondo

lei che può cogli i riverberi dei fari sotto la pioggia

mostrando le tette al mondo in fila in fretta verso l’alba

ai mariti scorretti che spiegano il loro travestimento

alle mogli curiose di una lingua più delicata e gustosa

ai giochi morbidi di un’orgia sempre uguale da secoli

ripulita dalla fantasia mascherata negli anonimi sofà

molly è la santa è tutto e niente e tutto ancora di più

grandezza suprema della infernale regia della fica

al centro nel trono la diavolessa incede più feconda

ma anche un po’ maschio nei buoni denti scintillanti

vieni uomo che ti succhio di bocca tutto il tuo sole

vieni donna che stringo di te l’estasi del sacro proibito

di un cappio ben teso e predisposto all’escalation

lama di luce sul fondo di una nuova libera conquista

dove perfino io che sono di fatto colui che svende sogni

trovo la destrezza di un fascio di muscoli ben allenati

mentre scivola ancora nel giallo-mimosa questa giornata

passeggiando sulla strabiliante nuova magica libertà

che ci permette più scopate a costo zero e più cambi

in questo mondo tutto da riscoprire nella falsa veste

di buoni-sconto e di ottime offerte in saldi di stagione

sguazzando in un delizioso abbraccio di bollicine

di un più che amato taittinger di splendida annata

con la nostra amica nemica molly decisa d’oltrepeso

che sballa al ritmo scadente della sola idea dell’amore

fregandosene di gusto del nostro misero spogliarello

nell’inferno contemporaneo di una scommessa persa

nel ghiaccio della distrazione del fulmine da dimenticare

qui nel canto stonato del nostro più nuovo otto marzo

 

postato da: ohrasputin alle ore 12:11 | Permalink | commenti (2)
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